SEVERINO DEL BONO

BIOGRAFY
“Homo faber fortunae suae”
(Appio Claudio Cieco)

Severino Del Bono è un pittore classico, nel senso che tratta la pittura con lo stesso ossequioso rispetto degli antichi, la pratica con una sorta di religiosa venerazione, stendendola sulla tela con ossessiva acribia. Il suo è un modus operandi che richiede tempi lunghi, precisione e attenzione per i dettagli, ma anche rigore e disciplina. Uno sguardo al suo ordinatissimo studio rivela che l’artista opera sotto l’egida di Apollo, piuttosto che di Dioniso, e che l’universo cui dona corpo e forma è più prossimo al mondo empireo delle idee, che non alla realtà prosaica. Eppure, la tensione emotiva, irrazionale, che appare così strenuamente imbrigliata nel rigore delle forme e nel controllo risaputo del colore, serpeggia, come in filigrana, sulla superficie nitida dei suoi ritratti e appare là, dove la luce scolpisce le fisionomie, nelle zone di confine chiaroscurale, nel contrasto deciso tra fondo e figura. Stupisce, infatti, che parlando d’arte, Del Bono evochi nomi quali Caravaggio e Artemisia Gentileschi, Egon Schiele e Francis Bacon, pittori in cui il dramma della rappresentazione esplode in paradigmatici episodi di violenza stilistica e iconografica. Ma proprio in questo affascinante contrasto risiede il mistero della sua pittura, in questa energia trattenuta, vigile, che inserisce le figure in uno schema ricorsivo, salvo poi lasciarne affiorare il calore sull’epidermide, sulle labbra turgide, sulle espressioni, così spesso modulate in variazioni minime, ma vividissime. Ai suoi ritratti, cui è intenzionalmente sottratta la potenza evocativa dello sguardo, Severino Del Bono impone un diverso tipo di eloquenza. Come i ciechi, che acuiscono i propri sensi per supplire alla mancanza della vista, così Severino Del Bono concentra l’espressività dei suoi soggetti nei volti, in ciò che resta della fisionomia femminile, ma non si limita a questo. Inserisce anche una serie di oggetti e accessori, particolari complementari che con quelle figure intrattengono un enigmatico gioco di rimandi ed evocazioni. Gli occhi, che Dante chiamava “luci”, evocando così lo splendore interiore che da essi promana, sono il centro focale della ritrattistica. Per un pittore di figure qual è Severino Del Bono, rinunciare alla loro rappresentazione significa, dunque, sfidare la pittura sul piano della narrazione indiretta, accettare di “raccontare” con elementi essenziali, facendo a menodello strumento espressivo più efficace, ma in fondo anche più semplice. E questo, in tempi di estrema facilità comunicativa, non è questione di poco conto. Intendiamoci, Severino non ama le interpretazioni astratte, le astruse letture dei critici. Non gli piacciono le forzature, le finzioni intellettuali e, allo stesso tempo, non gradisce dare chiarimenti o fornire spiegazioni sulle sue opere. Piuttosto conserva gelosamente queste informazioni, come parte della sua esperienza personale. E, tuttavia, osservando i suoi ritratti di donne bendate, non si può fare meno di cadere nella trappola delle associazioni e delle citazioni. Il pensiero corre necessariamente ai tanti topos dell’iconografia classica. A quello della Fortuna, innanzitutto, antica divinità romana e personificazione della forza che governa le alterne vicende degli uomini e che ancora oggi sopravvive nell’immaginario collettivo come simbolo dei montepremi milionari delle lotterie nazionali. Ancora Dante la immaginava come un’intelligenza celeste, ordinata da Dio come “general ministra e duce” delle ricchezze terrene (Inferno, VII canto), mentre Machiavelli ne rilevava il carattere femmineo, volubile, affermando che essa “è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla” (Principe, capitolo XXV). Rappresentata come una fanciulla bendata con un piede su una ruota, metafora d’instabilità, la Fortuna non è la sola dea bendata che l’iconografia artistica ci ha tramandato. Accanto ad essa si possono annoverare le personificazioni della Notte, della Giustizia, dell’Infedeltà, della Morte, ma soprattutto di Amore o Cupido, la cui momentanea cecità è divenuta proverbiale. Se, però, l’amore è cieco, come afferma la saggezza popolare, non lo è altrettanto la pittura. Anzi, essa è l’epitome della visione. Colpisce, quindi, che Del Bono la usi proprio per raffigurare qualcosa di così antitetico all’atto del vedere, almeno in senso puramente ottico. D’altra parte, come ha affermato l’artista, “dietro gli occhi chiusi c’è un chiudersi al fuori e un aprirsi al dentro”, sentenza gnomica che prefigura un’idea di ritrattistica in grado di oltrepassare i confini della mimesi e penetrare nelle profondità della psiche. Perchè, pur costatando la vena realistica della sua pittura, così attenta a cogliere la verità epidermica dell’incarnato e dell’espressione, appare chiara in lui la presenza di una tensione metafisica, che oscilla tra straniamenti surreali e tentazioni pop. Qual è, infatti, il senso degli inserti cui accennavo sopra, se non quello di produrre un cortocircuito all’interno dell’immagine, in altre parole di creare legami sottili tra immagini apparentemente sconnesse? Quando sostituisce al comune bendaggio oggetti inerti come metri sartoriali e bandiere, corde, pellicole fotografiche e scampoli di tela, o quando ricorre a sostanze organiche, come banane, salsicce e perfino sardine, Severino Del Bono si comporta da perfetto bricoleur. Guidato dall’intuito, mescola, accosta e giustappone gli elementi figurali, fino a trovare soluzioni imprevedibili. Alcune sue intuizioni nascono così, tramite ineffabili collegamenti associativi, come nel caso dei “ritratti parlanti”, come li chiama lui, dove la benda è un frammento di tela che reca un messaggio tautologico, ridondante (ad esempio la scritta “non vedo”). In alcuni casi, invece, l’oggetto che occlude la vista di queste dee bendate, come il paraocchi disegnato e fatto realizzare dall’artista per uno dei suoi dipinti, マ studiato fin nei minimi dettagli. Severino Del Bono gioca ironicamente sul tema della visione, negandola e affermandola allo stesso tempo; é significativo, infatti, che molti degli oggetti da lui raffigurati abbiano più di un legame con il senso della vista. La scrittura, la pellicola fotografica, il paraocchi sono metafore e allegorie del vedere, insomma figurae - le chiamerebbero i medievalisti - che precorrono i tempi. Non è un caso, che nella mitologia classica, il dono della profezia si accompagni spesso alla cecità, come una sorta di compensazione. Un celebre esempio è Tiresia, l’indovino descritto da Omero nell’Iliade come un veggente al quale l’arte profetica viene concessa a riparazione della cecità inflittagli per aver visto Atena nuda. Un altro esempio è Polimestore che, racconta Euripide, ricevette le facoltà divinatorie dopo essere stato accecato da Ecuba per vendicare la morte del figlio Polidoro. La correlazione tra forza spirituale interiore e cecitè è attestata anche da Plinio, il quale sosteneva che “una profonda meditazione rende ciechi, poiché la capacità visiva si ritira all’interno”. Alla luce di queste suggestioni, è evidente che le donne di Del Bono possono essere interpretate anche come esempi di una bellezza che trascende la dimensione fisica. Una bellezza, classicamente intesa, capace di comprendere quelle doti d’introspezione e intuizione spirituale che sono, da sempre, prerogative del divino.

(Ivan Quaroni, testo scritto in occasione della personale dal titolo Fortunae, presso la galleria Colossi Arte Contemporanea, Brescia, 3 marzo – 10 maggio 2012)

























Principali esposizioni:

Shakespeare. La sostanza dell'uomo, Colossi Arte Contemporanea, Brescia, 10 settembre – 3 novembre 2016

Severino Del Bono. A occhi chiusi, Vecchiato Arte, Padova, 21 aprile – 21 maggio 2016

Affordable Art Fair, Milano, 2015

Expositie Maria Kerk, Vught, Holland, 2014

Severino del Bono & Jeff Robb, Van Loon Galleries, Eindhoven, Holland, 10 maggio – 29 giugno 2014

Different Galleries, London, 2014

Severino Del Bono. Fortunae, Colossi Arte Contemporanea, Brescia, 3 marzo – 10 maggio 2012

Biennale di Tilbourg, Olanda, 2012

Affordable Art Fair, Milano, 2012

Art Nocturne Knocke, Knokke, Belgio, 2012

Biennale Woug, Olanda, 2011

Salon d'Art di Eindhoven, Olanda, 2011

MiArt, Milano, 2011

Swab Barcelona, 2011

Art Verona, 2011

Severino del Bono, Galerie Vanloom & Simons, Olanda, 2010

Severino Del Bono. Lo specchio del volto, Piazzetta di San Nicolò, Padova, 15 gennaio – 28 febbraio 2009

DONO tempera su tela 80*60
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